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Sito del comune di San Giorgio su Legnano Comune di San Giorgio su Legnano Comune di San Giorgio su Legnano

Dall’età moderna alla fine dell’Ottocento

All'epoca moderna risale il primo documento storico del Comune di San Giorgio: la mappa originale del catasto spagnolo del 1558, oggi conservata presso l'Archivio Storico di Milano. Fu infatti allora che la burocrazia imperiale, attuando la riforma amministrativa indetta da Carlo V nel 1535, scorporò il catasto di San Giorgio da quello di Legnano, stabilendo così una divisione ufficiale tra i due abitati. Dal documento si apprende che la Cassina di San Giorgio era formata da sole undici case, di proprietà delle famiglie Lampugnani, Crivelli, Prandoni, Masetto e Beloni. L’elenco, però, redatto a soli fini fiscali, non includeva gli annessi rustici occupati da ‘massari e pisonanti’. I terreni ammontavano a 1600 pertiche (1 pertica = 654mq) e appartenevano a 15 famiglie, di cui le citate possedevano le quote maggiori. Assenti dalla lista, per ancora incompleta successione, mille pertiche ereditate da Bianca Visconti, già proprietaria della ‘casa della regina’ e vedova di Ferdinando Lampugnani, padrone del Castello di San Giorgio. Escluse infine dal registro, poiché esenti da tasse, le proprietà della Chiesa. La maggior parte delle terre era coltivata a vigneti, il resto a gelsi, ortofrutta e cereali. Non è citato il numero degli abitanti, ma, facendo riferimento a un censimento di Legnano di pochi anni dopo, si può ipotizzare, in proporzione, che fossero circa un centinaio. Come tutte le altre nel XVI secolo, anche la comunità sangiorgese era amministrata da funzionari civili: sindaco, consoli, consiglieri, esattori e primi estimati (gli abitanti con il reddito più alto). Si riunivano in un consiglio presieduto dal sindaco ed erano scelti dai 2/3 dei capifamiglia e dei primi estimati, convocati sulla pubblica piazza al suono della campana. Nello stesso periodo, sul fronte religioso, un decreto di San Carlo Borromeo del 1570 fece nascere la Parrocchia di San Giorgio (prima la chiesa dedicata al santo martire dipendeva dalla parrocchia di Canegrate), grazie anche alla recente costruzione di una chiesa più grande, di forme tardo-rinascimentali e dedicata alla Beata Vergine Assunta, che divenne la prima Parrocchiale. Il ruolo del clero fu centrale nel corso del Seicento, specie nell’ambito dei difficili rapporti con i Podestà spagnoli nominati a presiedere i consigli cittadini e ad amministrare la giustizia. La vera cesura del nuovo secolo fu però senz’altro la grande peste del 1630, che bloccò sul nascere la ripresa dei primi decenni. A differenza delle precedenti epidemie, il contagio (ben descritto dal Manzoni) si estese anche in campagna e dimezzò le popolazioni rurali. Alla miseria lasciata dalla peste, con le case bruciate e i campi deserti, si aggiunse poi per i sopravvissuti un aumento fiscale per ripianare l’erario in dissesto, nonché il bando di nuove aste per l’infeudazione delle terre ancora libere da tale vincolo. Al fine di evitare l’infeudazione la comunità di San Giorgio decise allora di riscattarsi facendosi prestare del denaro dal ricco possidente Francesco Castelli, ma a causa di tempeste e cattivi raccolti, non riuscì più a restituirlo e fu costretta a sottomettersi all’erede Camillo Castelli, rimanendo poi feudo di tale casata sino al 1780, anno in cui morì senza figli il marchese cardinale Giuseppe, ultimo erede della famiglia. Intanto, con il trattato di Utrecht del 1713, il dominio del Ducato milanese era passato agli Asburgo d’Austria, che subito imposero una revisione del catasto, inviando funzionari a verificare la congruità di ogni singola dichiarazione. Per tali accertamenti, nel novembre 1721, una squadra di rilevatori misurò il territorio del Comune di San Giorgio, realizzando una mappa dettagliata, con confini precisi di terreni ed edifici. I dati aggiornati al 1730 attestano che gli abitanti erano 777, distribuiti in 60 cortili, tutti raggruppati intorno alla chiesa parrocchiale, mentre i terreni misuravano 3.133 pertiche milanesi. Questo significa che, rispetto a due secoli prima, l’abitato era molto più grande e più popolato. Gli undici maggiori proprietari (Chiesa compresa) detenevano il 92% del totale. I nomi sono quasi gli stessi dell’ultimo catasto spagnolo del 1690, ma spicca l’assenza dei Lampugnani, poiché avevano già venduto ai Lucini. Nel primo Settecento il conte Lucini era infatti il maggior possidente locale e la sua offerta contribuì alla costruzione nel 1703 di una chiesa sussidiaria (detta ‘chiesa nuova’, poiché posteriore alla Parrocchiale), edificata dove era stata abbattuta l’antica chiesa di San Giorgio. La dedica al martire del preesistente tempio trecentesco restò comunque viva nel tempo, sia per la scritta sul timpano (D.O.M. Divoque Georgi M.), sia perché si suole interpretare il soldato ai piedi della Croce nel complesso ligneo dell’altare come una scultura votiva a lui dedicata. Dopo una fugace riconquista spagnola di Filippo V di Borbone, il trattato di Acquisgrana (1748) sancì il definitivo dominio austriaco sulla Lombardia, inaugurando l’era dell’imperatrice consorte Maria Teresa, che subito riformò le funzioni amministrative comunali introducendo un Convocato generale, formato da tutti i possessori di beni immobili, e controllando sindaco, consoli ed esattore con revisori dei conti di nomina imperiale. Fra i vari provvedimenti vi fu anche la vendita di terre demaniali per ripianare i debiti dei Comuni, ma lo Stato, in cambio, si impegnò a ricomprare le regalie assegnate in precedenza e la generosità di tali rimborsi ebbe l’effetto di liberare capitali che furono reimpiegati in agricoltura, innescando la ripresa economica. Di questo clima positivo risentì anche San Giorgio, visto che proprio in quegli anni furono migliorati molti edifici, fra cui il palazzo Lucini (poi Arborio Mella), impreziosito nel salone centrale dagli affreschi di Biagio Bellotti (1714-1789). Anche la facciata della Parrocchiale fu ristrutturata nello stile del nuovo secolo. E, naturalmente, il coevo incremento demografico creò l’esigenza di opere pubbliche, tra cui un camposanto, che fu realizzato nel 1787 accanto alla chiesa nuova, comprando il terreno dai marchesi Parravicini. A motivo dell’intervento vi erano anche le nuove norme cimiteriali introdotte da Giuseppe II, figlio e successore di Maria Teresa, il quale, con una personale visione di sovranità illuminata, si intromise pesantemente negli affari ecclesiastici, decretando la chiusura di molti ordini di preghiera. Fra questi anche il convento delle Clarisse di Legnano, che prima di essere venduto all’asta fu adibito per tre anni a pellagrosario. La diffusione in zona della pellagra rivela quanto la vita dei contadini fosse ancora assai povera, con una dieta basata quasi esclusivamente su polenta di mais, causa del morbo dovuto a carenza di vitamine del gruppo B. Ormai le contraddizioni dell’ancien régime stavano esplodendo nella Rivoluzione Francese, premessa storica delle successive conquiste napoleoniche. Battuti a Lodi gli austriaci, nel 1796 le truppe di Bonaparte entravano infatti a Milano proclamando la Repubblica (detta poi Cisalpina) e molti milanesi in festa eressero in piazza Duomo l’Albero della Libertà. Gli entusiasmi, però, si spensero presto, quando l’imposizione di nuovi tributi e i saccheggi di case e chiese scatenarono rivolte, specie nelle campagne, dove i soldati francesi del gen. Massena non esitarono a usare modi brutali, incendiando e massacrando. Le genti rurali (come la maggioranza degli abitanti sangiorgesi) intuirono così che la Storia volgeva in una direzione diversa da quella sperata.

Difatti, già nel primo Ottocento, crollarono le parvenze repubblicane, quando Napoleone, ora Imperatore dei Francesi, nel 1805 si autoproclamò re d'Italia e pretese obbedienza da tutte le amministrazioni della penisola. La sua opera di riorganizzazione stabilì accorpamenti territoriali e dal 1809 il Comune di San Giorgio fu inglobato nel Comune di Canegrate, del quale fece parte sino al 1811. L'ex-Ducato di Milano fu diviso in Dipartimenti e, in quello dell’Olona, il distretto di Gallarate comprendeva Busto Arsizio, Legnano e circondario. Qui le attività produttive si stavano sviluppando in una rete di scambi, malgrado gli arruolamenti di leva napoleonici togliessero al lavoro molti giovani. Sopperivano le donne, impegnate nelle vigne, nell’allevamento del bestiame e nella filatura della seta. Più tardi, la disfatta di Russia segnò l’inizio del declino di Napoleone e, dopo la sua abdicazione, nel 1814 finiva anche il Regno d’Italia, sino ad allora governato dal vicerè Eugenio di Beauharnais. Gli austriaci rientrarono a Milano agli ordini dal maresciallo Bellegarde, che riprese il potere in nome di Francesco I d’Austria. Furono aboliti i Dipartimenti e ripristinate le Provincie (quindi anche la Provincia di Milano, di cui San Giorgio tornò a far parte nel distretto di Saronno) sotto lo stretto controllo delle Prefetture imperiali. Ma l’obiettivo della Restaurazione di ricostituire le vecchie strutture di potere si scontrò presto coi fermenti cospiratori di molta parte della borghesia, decisa a rivendicare quanto meno una forma costituzionale dell’istituzione monarchica. Tali tensioni non influirono, però, sulla fase positiva dell’economia, unita a forte crescita demografica. La manifattura lombarda, che già comprendeva lavorazioni di seta e cotone, vide sorgere proprio in quegli anni le prime tessiture con telai meccanici Jacquard, vero cardine della rivoluzione industriale, macchine che avevano bisogno di manutenzione e riparazioni, di qui il fiorire in parallelo di officine meccaniche. Già nel 1830 nacque a Legnano il cotonificio Cantoni, con telai azionati da mulini che giravano nelle acque dell’Olona. Il rapido evolversi dei mezzi di produzione e l’aumento degli scambi commerciali resero ancor più anacronistici i privilegi restaurati dal Congresso di Vienna, mentre la stampa di libelli e riviste favoriva la circolazione di ideali nazionalistici e di giustizia sociale. Quando la recessione del 1846-47 inasprì il fermento del popolo, la rivolta scoppiò nei moti del 1848, che a Milano toccarono l’apice nelle Cinque Giornate, terminate con la cacciata dalla città dei soldati di Radetsky. Insorsero anche uomini di Legnano e dei paesi limitrofi, formando bande con armi di fortuna. Nonostante il fallimento del referendum per l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna di Carlo Alberto (dove già vigeva lo Statuto), il re piemontese decise di accogliere i volontari lombardi e di attaccare gli austriaci, iniziando il periodo bellico del Risorgimento. Non si sa quanti sangiorgesi abbiano partecipato alle Guerre d’Indipendenza, ma di sicuro tra la prima e la seconda il nobile patriota Giuseppe Parravicini, temendo una perquisizione della polizia austriaca, nascose in un pozzo della sua villa una baionetta, una spada e un fucile datato 1841, armi trovate poi dai discendenti. Intanto a San Giorgio sorgevano le prime attività protoindustriali per il trattamento della seta, come testimonia la fondazione nel 1865 della Tessitura Giovanni Restelli e come ribadisce un documento del 1872 che cita altri due stabilimenti, uno di filatura e l'altro di torcitura, che insieme davano lavoro a 200 persone, in maggioranza donne. Il processo di industrializzazione legato alla produzione della seta, che portò nel tempo a una netta trasformazione dell'economia sangiorgese, fu accelerato da calamità naturali che colpirono la viticoltura, che era ancora la maggiore attività agricola locale. Nel 1851 un’epidemia di crittogama ridusse infatti di 2/3 la quantità di vino prodotta e vent’anni dopo si diffuse la peronospora (fungo che secca il grappolo), seguita a breve da un’invasione di Philloxera (afide fitofago), sicché, a causa di tali malattie, le vigne di San Giorgio sparirono quasi del tutto, sostituite in gran parte dai gelsi per l’allevamento dei bachi da seta. Va comunque ricordato che a metà ‘800 anche la gelsicoltura subì una grave epidemia: la pebrina (Nosema bombycis), che per anni annientò la produzione in quasi tutta Europa. La soluzione fu trovata in un seme giapponese resistente al morbo, che però rendeva meno e costava di più, perciò solo chi aveva macchinari a vapore riusciva a realizzare sufficiente profitto, il che portò all’estinzione tutte le ‘filandine’ artigianali. Come detto, rilevante nel settore era la presenza femminile: dei 142 addetti della filatura Kramer, che a San Giorgio utilizzava 88 bacinelle a vapore, il 90% era costituito da donne (di cui un terzo inferiori ai 15 anni). Per gli uomini che abbandonavano il lavoro nei campi, nell’aggravarsi della crisi cerealicola di fine secolo, dovuta soprattutto all’importazione di grano russo e americano a basso costo, non restava dunque che trovare occupazione nei cantieri edili o ferroviari (la linea di treni a vapore Milano-Gallarate, iniziata nel 1858, era in fase d’ampliamento) o nelle industrie meccaniche, specie in quelle di Legnano, tra cui primeggiava la Franco Tosi & C., nata nel 1882 da un sodalizio tra l'ing. Franco Tosi e il sig. Eugenio Cantoni, proprietario dello storico cotonificio. Anche molti stabilimenti tessili di San Giorgio operavano su commesse della Cantoni, come la citata Tessitura Restelli, che all’epoca usufruiva di ben 424 telai, di cui 48 automatici, ai quali operavano 190 donne e 35 uomini. In seguito fu fondata la ditta Orsi, dotata nel 1907 di soli 100 telai, ma già l’anno dopo ne contava 330. Questo sviluppo tessile creò l’indotto di addetti alle riparazioni, per lo più fabbri e piccole officine, ma anche una fonderia di medie dimensioni: la ditta Carlo Colombo, nata nel 1908 (e ancora attiva). Tali aziende furono seguite da altre imprese di varia carpenteria e ciò modificò gradualmente l’assetto produttivo del paese. Sul piano istituzionale, nella nuova geografia amministrativa dell’Italia Unita ridisegnata dal ministro Rattazzi, il Comune di San Giorgio (che per il R. D. 941/1862 dovette aggiungere ‘su Legnano’ per distinguersi dagli omonimi) apparteneva al circondario di Gallarate, mandamento di Saronno, e in virtù della nuova legge del 1865 sull'ordinamento comunale iniziò ad essere amministrato da un Sindaco, una Giunta e un Consiglio Comunale. Al censimento del 1861 i residenti risultarono 1.349. Una mappa catastale di tre anni prima li vedeva distribuiti in maggioranza in case a due piani, articolate intorno a una corte, oppure in case che occupavano solo una parte del cortile, in tal caso detto ‘corte unita’. Edifici in sassi e cotto, con tetto in tegole, a cui si accedeva da un portone ad arco. Sulla stessa mappa, il palazzo Arborio-Mella e la villa Parravicini (definite 'case di villeggiatura') spiccavano per l’ampiezza dei loro parchi, che occupavano 1/4 dell’area comunale (il parco Parravicini esiste tuttora, seppur ridotto, ed è vincolato dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali come bellezza naturale). A fine secolo, sul fronte urbanistico, si ricordano la costruzione del campanile della chiesa nuova (finito nel 1894 e abbellito in cima da una statua bronzea raffigurante San Giorgio) e l’edificazione in via Gerli di un palazzo pubblico destinato ad ospitare le scuole elementari e gli uffici comunali (ultimato nel 1892).

3. Dall’inizio del XX secolo ai giorni nostri

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